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     Riduci

Discutiamo
di cantanti

Il profilo di alcuni cantanti jazz o avvicinabili al jazz


Bing Crosby & Frank Sinatra
02.jpgMichael Bublé & Bobby Darin
Bob Dorough & Jackie Paris
Al Jarreau e George Benson
Harry Connick & John Pizzarelli
Bobby McFerrin & Kurt Elling
Mose Allison & Ben Sidran
Scatman John & Giacomo Gates
Jon Hendricks & Tony Bennett
Jimmy Scott & Kevin Mahogany
Andy Bey & Mark Murphy
Joao Gilberto & George Fame

 

 

 

 
 
 
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Jon Hendricks & Tony Bennett
Jon Hendricks e Tony Bennett sono due prototipi: il cantante jazz a Denominazione d’Origine Controllata ed il “crooner” che ama cantare insieme ai musicisti jazz.

A dire il vero, Tony Bennett spesso sconfina dal “crooning” e canta in maniera classica. Ma il “crooning” ( croon significa intimo) è stato messo a punto da un baritono perfettamente impostato, Bing Crosby.
Crosby pensò che il microfono esagerava l’enfasi necessaria per cantare impostato, e ridusse la risonanza limitandosi ad una vocalità “intima” o, come si tradusse in Italia, “confidenziale”.
Ascoltando Crosby non è difficile notare il cantante lirico, così come non è difficile notarlo in Tony Bennett. Quest’ultimo ha avuto anche successo popolare, pur non lavorando come attore, il che ovviamente è più difficile.
“I Left My Heart In San Francisco” restò nella classifica delle canzoni più vendute per nove mesi.
Bennett, all’anagrafe Antonio Benedetto, sa modulare la sua bella voce da tenore italiano in modo consono alla grande canzone internazionale e rivaleggia con Frank Sinatra nella lettura del testo. Notoriamente Crosby spesso prende le distanze dal testo ironizzando e giocando con le parole, mentre Sinatra e Bennett si identificano in esso. Sono due scuole, se vogliamo, e Crosby è più improvvisatore degli altri due, ma resta il livello esecutivo eccellente in comune.
Bennett è il più audace nella progettazione che è da cantante bebop: ha inciso in duo con il grande pianista Bill Evans, così come con gruppi ‘stellari’, basta citare il quartetto con Stan Getz, Herbie Hancock, Ron Carter ed Elvin Jones. E solitamente si esibisce con un trio pianoforte, basso e batteria guidato da Ralph Sharon.

Jon Hendricks invece ha operato una sintesi eccellente fra Louis Armstrong, Leo Watson e Eddie Jefferson.

Louis Armstrong è il canto jazz, Leo Watson apportò l’idea di improvvisare imitando, anche nei gesti, gli strumenti ed Eddie Jefferson viene considerato il padre del ‘vocalese’, cioè del cantare un assolo strumentale sovrapponendogli un testo ispirato al testo base della canzone, o autonomo, se l’origine è senza parole.
Nel  grande Bennett, il jazz è la scenografia, in Hendricks, il jazz è l’opera tutta. Anche chi, come lo scrivente, non ama particolarmente il “vocalese”, deve arrendersi di fronte  ad un’arte superiore. Il suo trio con Annie Ross e Dave Lambert destò profonda ammirazione nel mondo del jazz e resta il modello, dopo cinquanta anni, al quale si ispirano tutti gruppi vocali a cominciare dai “Manhattan Transfer”.
Ma Hendricks è anche un ‘paroliere’ di alto livello, così come un notevole intrattenitore ed un grande improvvisatore usando sillabe senza senso ovvero lo “scat”.
Paolo Belli lo portò al Festival di Sanremo, dove Hendricks con il suo quartetto vocale rifece una simpatica canzone dello stesso Belli. Non so quanta gente ha apprezzato quello che ha ascoltato, ma il quartetto di Hendricks, che vede nelle sue file la moglie e la figlia, è una sorta di sintesi del jazz vocale.
Hendricks ha cantato poco da solo, sia per il suo amore per il “vocalese” e sia per il piacere di mettere parole ad una  opera strumentale. Ad esempio, ‘Freddie Freeloander’ che ha eseguito con George Benson, Bobby McFerrin ed Al Jarreau. E non va dimenticato il suo testo su ‘Birdland’ di Joe Zawinul, reso famoso dai “Manhattan Transfer”.
Quando canta da solo, Hendricks ama una espressione fragile e delicata come ‘In Summer’, la sua versione di ‘Estate’ di Bruno Martino. Ma il suo meglio resta lo “scat” disegnato benissimo, da puro bopper.

 
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